   
antonella targa (Santadonna)
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| | Inviato il lunedì 07 febbraio 2005 - 20:12: |
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Siamo nel bel mezzo della Transafricana; superato il confine lasciamo lo Zambia ed entriamo in Zimbabwe. Pochi chilometri ed ecco Victoria Falls, dietro ad una curva appare il famoso ponte sullo Zambesi. Sono a pezzi quasi come il Magirus, che si sta lentamente ma inesorabilmente sbullonando. Il viaggio sinora è stato faticoso, piste impervie e interminabili, percorsi difficili ma soprattutto gruppo poco omogeneo fatto di gente che non mi piace. Questo è inevitabile quando non si può scegliere. A Victoria Falls ci fermiamo due giorni; il gruppo cambia, molti partono e i sostituti ci raggiungono per terminare il viaggio con noi a Cape Town. Chissà che non vada un po’ meglio. Ma ora, dopo più di quindici giorni di autentici stenti l’imperativo categorico è RIPOSO, manutenzione del mezzo e degli umani. E come riposarsi al meglio se non sperimentando l’ebbrezza di un rafting sullo Zambesi? Ma porcamiseria, siamo appena arrivati, ho bisogno di quietare un po’ io! Non ho neanche idea di che cosa sia un rafting, sullo Zambesi poi! Sono un animale di terra, odio l’acqua, mi fa paura, mi viene il panico, la tachicardia, sto a galla per misericordia, c’ho le lenti a contatto, e se mi vengono anche le mie cose? Facciamo un giro ai bordi delle cascate; è uno spettacolo mozzafiato. Attraversiamo la vegetazione, immersi in una nebbia umida di mille colori e in un fragore assordante. Mi affaccio sul baratro, e già mi viene l’ansia; in fondo vedo il nastro nero del fiume che lascia il ribollire delle acque. Sei gommoni carichi di umani stanno per partire, proprio lì sotto, nel centro del baratro. Comincio una serie di timidi tentativi di dissuasione, bisbigliando alle orecchie di Mario; troppo pericoloso, ma ti pare, sto a galla a malapena, e se ci sono i coccodrilli? E poi dai, chi l’ha detto che bisogna fare di queste stronzate per vivere l’avventura? Mario, imperturbabile, mi risponde: io, non sei obbligata a farlo, aspettami al campo. Ecco, lo sapevo, ennesima figura da cacasotto. Passo un’amletica notte d’inferno: farlo o non farlo? Alle 5 del mattino, dentro all’air camping, sul tetto del camion, comincio la litania: ho deciso non vengo. E se mi perdo qualcosa? Bene, ho deciso, vengo. Ohmadonna, ho male dappertutto, no, non posso venire, rischio una sincope. E se poi mi fai schiattare d’invidia? Posso farmi fregare così dalla paura? Sono forte io ahvevè!! Vengo, basta e non cercare di trattenermi. Mario si gira su un fianco e mi supplica di piantarla e di lasciarlo dormire. Col cavolo che mi tratterrà. Ore 7.30, sveglia ufficiale. Ho deciso: VADO. E in quel momento preciso cado in uno stato di totale catatonia. Sguardo fisso, movimenti rallentati, secchezza delle fauci. Mario praticamente mi pilota sino all’area in cui un ipervitaminico giovanotto australiano terrà il briefing. Il gagliardo creaturo, in un fastidioso slang nordamericaustralocanadese, si rivolge ad una multietnica platea con tono di malcelata sufficienza. Obbedite ai comandi del timoniere: left, right, go,go, go, in, out ma vaff…solo per distinguere la destra dalla sinistra, e in italiano, mi ci vuole un quarto d’ora di attenta riflessione, quando il gommone si rovescerà, si rovescerà cosa? è’ obbligatorio? raccoglietevi in posizione fetale e lasciatevi trasportare dalla corrente, oh merda sono troppo vecchia per tornare feto, vado a sbattere, affogo sicuro, attenzione alle rocce e ai mulinelli, se venite risucchiati dal vortice non fatevi prendere dal panico cooosa? Non fatevi prendere dal panico? Sotto a tonnellate d’acqua? Ma chi è questo? Da che mondo proviene? E i coccodrilli, ci sono i coccodrilli? Si ci sono, ma stanno tra una rapida e l’altra, nelle acque calme, normalmente non danno nessun problema, normalmente ecco, appunto, mai sentito parlare di sfiga? Il gagliardo termina rassicurandoci: la rapida più pericolosa,un sesto grado interminabile, detta amichevolmente il cesso del diavolo, verrà superata a piedi, sulla riva del fiume. L’anno scorso c’è morto uno che ha voluto fare di testa sua, c’è andato per conto suo e ci ha lasciato le penne, beh, intanto che ci siete firmatemi questa liberatoria. Scarabocchio qualcosa di molto più simile alla x di mia nonna, che era analfabeta; in caso di morte non mi rivarrò su di loro, prometto solennemente. Fine del briefing teorico. Scendo in stato di trance la ripida china che porta sul fondo di una gola, sulle rive del fiume, in un tratto di calma. Si parte da qui, inizio briefing pratico, oh merda. Tolgo le lenti a contatto e graziaddio entro in un meraviglioso mondo sfumato. Mi infilo il giubbotto di salvataggio e il caschetto, Mario me li allaccia, sono incapace di movimenti sensati. Ci si dispone sui gommoni: nel nostro siamo in sei più due ragazzi del posto, un timoniere e il “recuperatore” dei dispersi che sta dietro sulla destra, please posso stare vicino a te? Sorry, is not possible, sei troppo lunga, davanti con gli uomini, dietro le donne. E io cosa sono mortaccivostri? Comincia il briefing pratico: left, right, in, OUT e tutti si buttano in acqua tranne me che guardo desolata e impaurita quel tratto di acqua scura e gelida. Io non mi ci butto lì dentro manco morta. Intorno tutti starnazzano e sghignazzano e mi lanciano le occhiate oblique che di solito si riservano allo scemo del villaggio. Voglio scendere, ho cambiato idea, pago lo stesso, mi faccio tutta la strada a piedi, non preoccupatevi per me, grazie. Troppo tardi, siamo partiti. Primo tratto di acque calme: il fiume è imponente, stretto tra due ripidissime pareti di roccia, mio malgrado sono costretta ad ammirare tanta bellezza. Intravedo una striscia di schiuma bianca sullo sfondo; è la prima rapida, the boiling pot, un nome, un programma. Ci avviciniamo lentamente mentre la guida ci spiega come la affronteremo, cosa dovremo fare e poi non so che altro. Non ho il tempo di realizzare, stringo allo spasimo la corda del gommone e in un attimo precipito letteralmente dentro ad un turbine liquido, non vedo più niente, l’acqua è ovunque sopra e sotto di me, mi sento strappare via, resisto, l’adrenalina è al massimo, usciamo indenni dalla rapida liberando un urlo incontenibile di gioia e soddisfazione. Brindiamo ingollando un sorso di succo d’arancia in dotazione; l’acqua dello Zambesi è molto inquinata e pare che il succo d’arancia serva a contrastarne gli effetti nocivi. I kajak di salvataggio che ci precedono sono lì ad aspettarci, ora tocca agli altri gommoni passare: sono sette in tutto, tre con le corde fisse e quattro con le pagaie. Questi sono matti, come caspita si fa a pagaiare all’unisono in un fiume tumultuoso con altre cinque persone di colori, lingue e e abitudini diverse senza finire in acqua? E infatti tre di quelle piccole babilonie si rovesciano; nostro compito è recuperare tutti quelli che possiamo, acchiappandoli per il giubbotto di salvataggio, per restituirli poi ai rispettivi gommoni. Dall’acqua spuntano un bel po’ di facce terrorizzate, tutte uniformemente pallide al di là del colore originario. Scusate, chi era lo scemo del villaggio? Vendetta da poco, dopo un rassicurante questa non era la rapida più difficile, si riparte. Ricado in uno stato di simil-trance; Mario con una mano si tiene alla corda del gommone e con l’altra tiene stretta me. In altre circostanze avrei tessuto pubblicamente le sue lodi ma qui riesco solo a gracidare un timido grazie. Il tratto di acque calme sta finendo; la prossima rapida, the morning glory, di 5°, ohddiodiodiodiodiodiodiodiodio, è difficile perché c’è un enorme roccione sulla destra, e la corrente, guarda un po’, ti butta proprio lì, quindi, of course, bisogna assecondare il fiume, cercare un tete a tete con la roccia e proprio prima di spiaccicartici contro, tutti ON LEFT, colpo di reni e via, in mezzo ai flutti. Ancora una volta mi trovo prima del tempo dentro ad un mondo impetuoso e alieno. Sento che un mulinello tiene imprigionato il gommone, è il surf, ce l’aveva detto il gagliardo, è come essere accucciati su una centrifuga, tra i muri d’acqua intravedo il roccione proprio di fronte a noi, ohssssssignore, il gommone lo sfiora alzandosi da una parte, io riprecipito in mezzo al turbine, un LEFT urlato proviene dall’aldilà, macchè left e left non so neanche dove sono e Mario dov’è, oh merda, qualcuno urla ancora, l’acqua è un po’ meno turbolenta, è finita, ditemi che è finita. E’FINITA! AAAAAAAAAAAAAAARGHHHHHHHHHHH, mi giro di scatto in tempo per vedere le gambe delle due ragazze che stanno dietro volare libere nell’aria. Entrambe hanno, come me, la corda fissa ormai fusa nelle mani. Una delle due cade in acqua ma non molla la presa. Il “recuperatore” la acchiappa per il giubbotto e la ributta nel gommone. Ha gli occhi che le divorano la faccia per la paura. Ci rilassiamo, presi nostro malgrado da un delirio di onnipotenza, novelli e ruspantissimi indiana jones della bella Italia. Arrivano gli altri gommoni, passa il primo con le stesse nostre difficoltà, il secondo ed ecco il terzo, il primo con i pagaiatori folli. Assisto ad una scena che ha dell’incredibile: il mulinello inchioda il gommone in un surf da manuale e gli fa eseguire una specie di ballo di San Vito. Ad uno ad uno gli occupanti cadono in acqua, in piena rapida; a bordo resta il timoniere che pagaia come un forsennato, a vuoto. Il gommone si impenna letteralmente, svetta libero contro lo sfondo e riprecita nel fiume, in una sorta di salto mortale, capovolto. Come dal nulla il timoniere risorge dalle acque, zompa sul gommone rovesciato, acchiappa la corda di recupero, tira e, ricadendo tra i flutti, trascina con sé il gommone, raddrizzandolo. Sono senza fiato; tutto questo per me è inarrivabile. Questi ragazzi hanno con l’aqua e i gommoni lo stesso rapporto immediato che io ho con la terra e i miei scarponi. Dopo il solito recupero dei baccalà caduti in acqua, perché tale è l’aspetto e la rigidità degli sfortunati pagaiatori, si riparte; abbiamo fatto due rapide, ne restano altre quattro, più the devil toilet bowl, il cesso del diavolo, la famosa rapida di 6° che supereremo a piedi, sulle sponde del fiume; sia come sia è già la mia preferita. Ne superiamo ancora due, stessa scarica di adrenalina, stessi surf e flip (rovesciamenti da onde giganti), cadute e recuperi, stessa gioia, stesso delirio, stesse bevute di succo d’arancia. E finalmente ecco il tanto atteso momento; guadagnata la riva ci fanno scendere e trasportare a mano i gommoni. Stiamo costeggiando la rapida delle rapide, la roulette russa delle acque fluviali, il cesso del diavolo. Inerpicata sulla scarpata con il fiatone e le gambe in gelatina guardo sotto di me il fiume che si insinua tra le rocce in vortici inimmaginabili. Il cesso è una rapida lunga ed estremamente pericolosa, il flusso dell’acqua si arrotola e sparisce dentro il letto del fiume come un enorme serpente, riappare in un’esplosione di spuma, sparisce ancora, devia, precipita. Ho la pelle d’oca e i piedi saldamente ancorati alla terra ma riesco a capire che chi si butta lì dentro e ne esce vivo deve consumare l’adrenalina di tutta una vita. Ecco, è finita la pacchia, ci tocca risalire a bordo e via verso le ultime due rapide. Attraversiamo una porzione di fiume calmo, largo, dove domina la quiete. Che meraviglia; le roccette spuntano dal fiume luccicanti di umidità, il sole ci scalda, io sono quasi felice, sto vivendo una grande avventura dalla quale uscirò vittoriosa, e niente coccodrilli! Fiera di me e del mio coraggio mi rilasso un attimo per essere subito colta da paresi; due occhietti subdoli e giallastri mi guardano dalla riva sulla mia sinistra. Allora non era una fola per turisti; i coccodrilli ci sono davvero e l’esemplare che ho di fianco me ne dà prova muovendosi lentamente, quasi per rassicurarmi che è vivo e vegeto e, probabilmente, affamato. Mi giro verso Mario e nel mio ormai collaudato gracidio tento di avvisarlo dell’incontro ma non ho il tempo, in un attimo sono di nuovo sommersa e travolta dall’acqua, via, fuori dalla rapida, e il coccodrillo? E’ lontano o almeno lo spero. Non sarà mica così fesso da affrontare tutto questo….mi guardo intorno e penso che se fossi in lui ci proverei, ci sono certi “spessori” che meriterebbero lo sforzo. La mia grande giornata sta per finire, l’ultima rapida è niente in confronto a quelle già superate. I gommoni approdano in un’ansa del fiume dove c’è un riva abbastanza capace da contenere le piccole babilonie che, sbarcate, si lanciano sul cibo offerto dalla sapiente organizzazione. Facce stralunate ma gaudenti risalgono la scarpata; qualche acciacco, qualche escoriazione, ma tutti interi torniamo a Victoria Falls. Al ritorno sommergiamo di chiacchiere arruffate ed entusiastiche i pavidi rimasti ma non c’è molto tempo, dobbiamo disfare il campo, salutare chi si ne va e riprendere la strada, domani si riparte, destinazione Botswana. Questo è il link con la foto http://www.fuoristrada.it/gallery/Varie/azl |